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cambio

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Chi mi criticava, ieri, oggi è diventato com’ero. / È bello sbagliare da giovani (è meglio sbagliare da giovani) / e tentare poi di essere giusti, così… per alternativa.

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Ian Curtis

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Nell’ultima metro di stanotte, tre brasiliani dicono che gli fanno schifo “quegli italiani di merda”, lo dicono in portoghese e pare che solo io li capisca, gli altri si girano solo perché, da brasiliani, gridano invece di parlare. Poi quelli che sembrano un gruppo di Hoolingan urlano, si spingono e si scambiano cazzotti sulle spalle, col sorrido e le guance rosse di è sicuramente ubriaco di birra; tutti rigorosamente biondi o castani, e con la pelle di plastica come solo gli inglesi possono inconfondibilmente avere.

Ho visto Control da Michele e ora, due e mezza di notte, in cucina col laptop acceso e la luce spenta (perché qui con me « cazzo! qui c’è gente che lavora! ») scrivo a quello a cui ho pensato tornando a casa, mentre andavo al cesso e, infine, mentre rubavo i biscotti al cioccolato di Seb per mandare giù lo yogurt al kiwi (con veri pezzi di kiwi dentro). Ian Curtis, il tizio dei Joy Division, si è ammazzato a 23 anni, impiccandosi con lo stendibiancheria del bagno, che non è proprio quella che si chiama una morte epica, ma… a parte questo, era stato sposato, un figlio, un’amante, una band che aveva fatto una tournee negli States. E l’epilessia. A parte l’epilessia (e la storia dello stendibiancheria) Ian era una specie di poeta, aveva una voce profonda da adulto e una musica che prendeva. Successo.
Io ho 26 anni e rubo biscotti al cioccolato.

Chissà Iam Curtis cosa avrebbe fatto a 26 anni suonati. Probabilmente non sarebbe stato Iam Curtis…

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faine

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« Se vuoi che qualcuno lavori gratis per te gli devi far annusare un progetto… »

(una faina in tallier nella metro a Milano)

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« Il nomade moderno non porta nulla con se, ma vuole trovare tutto disponibile all’occorrenza. Questa differenza tra possesso e disponibilità rappresenta una svolta epocale in cui fisicamente non possediamo nulla, ma virtualmente tutto: la radicalizzazione della ricerca dell’agio nella cultura occidentale che desidera tutto, ma senza volerne il peso. »

Ho dovuto togliere questo paragrafetto dall’intro della tesi, ma non volevo perderlo…

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Se all’una di notte, invece di metterti a dormire, stai mezz’ora con la faccia sotto le coperte a giocare a snake, c’è qualcosa che non va. Decisamente.
L’altro ieri, dopo l’ennesimo record, senza pensarci l’ho cancellato… quindi ieri in metro non avevo di che giocare e finalmente oggi mi è tornata la voglia di leggere (più o meno). Allora via alla Feltrinelli… e che prendo? volevo qualcosa di squallido, tanto per restare in tono con questi mesi milanesi. Allora? L’ennesimo Bukowski? Kerouac? volevo qualcosa tipo Kathmandu, autodistruttivo, senza speranza. 1984? Si, distopico è il terreno giusto. Fantascienza, Philip Dick, ma Ma gli androidi sognano pecore elettriche? era stato rinominato in Blade Runner con tanto di copertina tratta dal film, del tipo “tratto da”. Eh no, cazzo. Vorrei leggere qualcosa di nuovo (e avrei davvero bisogno di un consiglio di qualcuno di fiducia) allora ricordo che tonino mi aveva detto bene dei Fratelli Karamazov, ma non lo trovo (Dost… oiesky? non ricordo e non voglio rischiare la figuraccia con la commessa). Che sopraggiunta di scazzo, a questo punto sarebbe meglio avere un libro già letto, da qualche parte in casa, da aprire ad una pagina a caso, tanto conosco la storia, ma non ne ho. Potrei leggere un Terzani, uno vale l’altro, però ancora un libro sulla Cina NO, però c’è “Buonanotte signor Lenin” che parla della Russia post-sogno socialista. Mi ci avrà fatto pensare Dostoiesky. Distopico, certo, ma almeno non inventato. post-socialismo, sa di post-apocalisse atomico, passato recente, futuro d’Italia: ombre di persone che si aggirano tra macerie, sollevano pezzi di lamiera in cerca di qualcosa di commestibile, o barattabile. Eh… Fight Club l’ho già letto.

P.S. sfogliando i libri mi sono imbattuto in una frase del tipo: “la forza della religione sta nel credere nell’esistenza di una giustizia suprema”, ci ero arrivato già da solo, ma è bello leggerlo. (mannaggia, non mi ricordo più in quale libro… Kerouac? bah!)

(11/4  …era Terzani)

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Belgio

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Mentre ero sull’aereo da Milano per Roma, un paio di settimane fa, d’un tratto ho pensato che non ricordavo l’ultimo viaggio aereo che avevo fatto. Da molto probabilmente. Non che mi freghi molto di prendere l’aereo (ormai sono gli straccioni che prendono l’aereo, i business man vanno con Frenitalia), piuttosto l’essere tornato a fare un viaggetto. Mi mancava. Ok, ok, il Belgio non è proprio una meta turistica, ci siamo andati giusto per non stare a casa, poi ci sono Andrea e Marion che vivono li e abbiamo onorato la vecchia regola del materasso a scrocco (autoinvitati ovviamente).

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In Belgio fa freddo, nevica, il sole lo vedi solo sui libri di astronomia. L’unica cosa che puoi fare è infilarti in un locale con in mano le patatine fritte nello strutto e ordinare un litro di Chimay blue (per cominciare). A Bruxelles (o Brussel, non ho ancora capito bene) di buono c’è questo: la birra. Per il resto, in una giornata vedi tutto il centro storico, il parlamento e quella mezza schifezza del Atomium. Un altro giorno per passeggiare nel centro, giusto per, e vedere un museo (peraltro siamo stati anche fortunati a trovarci nel periodo dell’esposizione di Frida Khalo, veramente bella).

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Per il 14 abbiamo deciso di andare a Brugge, quindi il giorno prima abbiamo ragionevolmente visto il film “In Brugge (It’s in Belgium)“, ovvero 90 minuti di offese (fuckin’ Brugge, shithole) a questo paesino medioevale. Parentesi: il film, a parte il finale del cavolo (probabilmente non gli è venuta un’idea migliore), è simpatico, i dialoghi col nano sono divertenti, cmq, diciamo un film per la tv fatto bene, ma non è cinema. Cmq sia siamo arrivati in città con l’idea che fosse un posto dimenticato da dio, popolato da cigni e papere e senza vita giovanile, invece… no no, è proprio così.
Il momento più eccitante della visita è stato vedere un gruppo di turisti inglesi ubriachi che hanno rovinato la dichiarazione di matrimonio di una coppia seduta li vicino a loro… e la pipì nel canale sui cigni (per la verità senza cigni).

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Dato il freddo e la neve, avrei voluto realizzare un nuovo video del balletto classico con Andrea in Belgio (…e avevamo entrambi le calzamaglie!), ma a quanto pare la cosa non è andata. Peccato. Abbiamo cmq dato piglio alla demenzialità con questo video. buona visione!

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da mesi (mesi) che non scrivo un accidente. Che non abbia nulla per la testa è escluso, anzi, pare che più penso meno scrivo. Nella vancanza che, fino ad oggi, ogni viaggio è stato per me, buttavo giù tonnellate di roba nei taccuini. In certe situazioni ci si può concedere il lusso di pensare ad una sola cosa per volta, ed è facile giungere ad una sintesi quando si slega il problema da tutto il resto. Semplice, stupido, pericoloso.

Domani si torna a Milano, e riprendo la tesi con l’unico scopo di finire tutto il più presto possibile, anche perché se ci tenessi farei un macello (le cose mi escono meglio quando le faccio a cazzo).

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Il vegetarianismo e il made in china

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Non mi interessa molto il vegetarianismo come pratica privata, anche se è facile farsi trasportare da discussioni tipo che senso ha essere vegetariani o carnivori (cioè onnivori). Ognuno fa e mangia quello che gli pare.
Il discorso attorno al vegetarianismo diventa per me interessante quando si tocca un altro punto: quello della coerenza (o meglio, dell’ipocrisia). Tutti siamo liberi di fare la spesa come meglio crediamo, certo, ma dal punto di vista dei princípi, anche i vegetariani più celebri (da Gandhi a Terzani) parlavano della loro scelta in termini etici e non salutisti.
Gandhi in particolare diceva « Mi convinsi ad abbracciare definitivamente il vegetarismo quando mi persuasi che la supremazia degli uomini sugli animali inferiori non implicava che i primi dovessero sfruttare i secondi, ma che i più progrediti dovessero proteggere gli altri. » mentre Daniele Luttazzi, tanto per sparare una cazzata in un discorso suppositivamente serio, diceva che le carote sono vive quanto i mammiferi, ma, infilate a terra, sono semplicemente più facili da acchiappare.

Vediamo di capire bene. Intanto Gandhi prende gli uomini, tutti gli uomini, e li riunisce sotto il nome di “uomo” che poi si mangia gli animali, ma impostato così il discorso non regge, meglio generalizzare il suo concetto in « l’individuo non deve sfruttare l’essere più debole (o il meno progredito) » che già ha più senso (ognuno è responsabile per le proprie scelte ecc.).
Vista così l’idea di Gandhi è una filosofia più ampia che si può “anche” applicare al vegetarianismo.

Ora…

mi domando: è più osceno ed intollerabile il sopruso sugli animali o quello sugli uomini? posso pormi il problema della sofferenza delle aragoste e ignorare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo più debole, meno progredito? Il cannibalismo tra gli uomini? Se al supermercato trovo cose come l’aglio importato dalla Cina che costa meno di quello prodotto in Italia, e poi l’aglio lo uso per farmi il sugo con la carne di soia perché la carne è lo sfruttamento degli animali, c’è qualcosa che non va.

Invece di non mangiare la carne uno potrebbe invece smettere di indossare magliette made in Vietnam, Birmania e compagnia bella. Se il vegetarianismo fa capo ad una filosofia più ampia di rispetto di se e del prossimo soprattutto se più debole, non posso mangiare l’insalata e poi sostenere con i miei acquisti politiche economiche che si fondano sullo sfruttamento dei popoli più poveri. Credo che si debba partire da questo, che ne so, definire una specie di “vegetarianismo economico”: non compro (mangio) la roba made in China (carne) perché sono contro lo sfruttamento deliberato degli uomini (animali).

Bon Appétit

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Tornare

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Un periodo un bel po’ strano, diciamo da quando sono tornato da Lisbona. C’è qualcosa di orribile nella parola “tornare”, come di fallimento. Tornare in Italia, anche se inevitabile, tornare a San Severo, tornare alle vecchie regole familiari del padre saggio e del figlio discepolo tipo creta da modellare… anche il ritorno a Milano per chiudere con l’università suona nemmeno troppo paradossalmente come una contrazione dell’intelletto.

Il “meglio” fugge, appena lo afferri, o almeno pensi di averlo fatto, ti scivola tra le mani… scopri che fugge proprio perché ti ostini a volerlo acchiappare. A chi si deprime di nostalgia è inutile dire che il meglio esiste ma che cambia in continuazione.

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PAROLA DEL GIORNO (farsi): v barg gashtan (tornare)

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